29.03.2019.

Confessioni di un uomo perbene

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Io non c’entro, non ho colpe.
Dopo tanto tempo, e nonostante ciò che dice la gente, queste sono le sole parole che mi sento di dire, le sole che ancora mi trattengono nel posto in cui sono nato. E in quello in cui mi piacerebbe morire. Io non c’entro, non ho colpe.
Mi guardo allo specchio, oggi come allora, e davvero non riesco a trovare nulla di sbagliato nel mio comportamento, nulla che possa giustificare le accuse di chi continua a ritenermi responsabile di una morte tanto atroce. Non dico che non avrei potuto commetterlo veramente, è solo che l’omicidio non rientrava nei miei piani. Non ancora perlomeno.
Io sono un uomo perbene.

Liberarmi di quella squilibrata era la mia massima aspirazione, magari anche quella di un bel po’ di altra gente, ma ricorrere alla violenza, in quel modo così brutale poi, era decisamente troppo. Uccidere è un lavoro sporco, e io sono da sempre un maniaco dell’igiene, non a caso dirigo un’impresa di pulizie.
La squilibrata in questione, per la cronaca, era la mia vicina di casa, una donna di quarant’anni di nome Nadia che provava un immotivato piacere a gironzolarmi attorno, come uno di quei mosconi fastidiosi che d’estate rendono intollerabile mangiare all’aperto.
Nadia era una pettegola cronica, e io, dal primo giorno in cui mise piede nel mio palazzo, divenni il bersaglio ideale per le sue incursioni logorroiche. Per lei ogni pretesto era buono per iniziare una conversazione nuova, o per finire una di quelle che amava lasciare in sospeso. Un ciuffo di prezzemolo da mettere sugli spaghetti con le cozze, una lampadina per sostituire quelle che puntualmente riusciva a fulminare, oppure la mia corrispondenza che, per colpa di un postino sclerotico, veniva consegnata sempre a lei. Erano tante le occasioni per venirmi a importunare e quella donna aveva la straordinaria abilità di non lasciarsene sfuggire nemmeno una.
Nadia arrivò a Napoli tre anni fa per aiutare un’anziana zia nella gestione di una lavanderia, in seguito la zia morì e lei ereditò l’attività finendo per mettere radici all’ombra del Vesuvio. Nel mio stesso rione, nella mia stessa strada, nel mio stesso condominio e, cosa davvero inaccettabile, nel mio stesso pianerottolo. Non mi sarei certo aspettato una selezione preventiva dei nuovi abitanti di Napoli, il rione Sanità, d’altronde, è geneticamente predisposto alla mescolanza e all’accoglienza, ma avrei preferito sapere quella donna da qualche altra parte, meglio se fuori dalle mie solite rotte quotidiane.
Sono un tipo piuttosto sedentario, e non ho un buon rapporto neppure con le passeggiate domenicali che contraddistinguono ogni napoletano che si rispetti, dunque, se solo il destino avesse collocato Nadia un po’ più lontano da casa mia, ciò che è accaduto si sarebbe anche potuto evitare. Forse.
Dopotutto, nella predisposizione degli imperscrutabili piani della sorte di una città, dovrebbe pur esserci un diritto di precedenza per chi ha consacrato da tempi immemori la propria esistenza a queste quattro mura napoletane, una sorta di tacita agevolazione nella graduatoria per la distribuzione della fortuna. È vero che gli affari alla lavanderia non andarono mai troppo bene, ma è anche vero che avrei voluto, nei suoi confronti, qualcosa di più radicale per preservare il mio sacrosanto diritto di vivere bene nella mia città.
La mia famiglia abita da tre, forse quattro generazioni in questo palazzo che i turisti chiamano “storico”, ma che un occhio appena più realista definirebbe “cadente”, e ancora oggi, che sono l’unico membro ancora in vita del mio albero genealogico, mi pare doveroso ribadire la mia legittima aspirazione alla tranquillità.
A questo punto però, prima che alle tante accuse che mi vengono rivolte si aggiunga anche quella di razzismo, occorre che vi dica che queste mie convinzioni sono maturate soltanto negli ultimi anni, diciamo da quando una donna poco rispettosa della privacy altrui era venuta ad abitare nell’appartamento accanto al mio. Prima di allora ero una persona tranquilla, magari non proprio felice, ma tranquilla e appagata. Prima di allora non c’era mai stata un’altra Nadia.

A dire il vero quella donna non è stata sempre insopportabile, anzi, incredibile a dirsi, per i primi tempi trovavo addirittura piacevole starle accanto. Tuttavia, così come i veleni più letali hanno effetti taumaturgici se presi in piccole dosi, il sovradosaggio delle attenzioni di Nadia azzerò rapidamente quanto di buono c’era nella sua compagnia, e io dovetti subito ricredermi sul conto della mia vicina. Con buona pace dei pur blandi risvolti positivi indotti dalla sua vicinanza.
Per spiegarvi le ragioni della mia iniziale benevolenza nei confronti di Nadia, bisogna dire che lei, di questo devo rendergliene atto, non era soltanto una seccatrice rigorosa e puntuale, ma incarnava anche il ruolo della perfetta femme fatale. Era una di quelle seducenti ammaliatrici che vi fanno girare la testa quando passeggiate per via Toledo o in piazza del Plebiscito e che riempiono di desiderio i sogni dei malcapitati che finiscono nella loro inestricabile tela.
Tra quelle povere vittime, condizione che per indole spetta alla quasi totalità dei maschi mediterranei, c’ero ovviamente anch’io, nient’affatto insensibile al fascino femminile. Nadia, questo è bene che lo sappiate, mi piaceva, e mi piaceva parecchio, almeno come può piacere un bel quadro, una scultura di Capodimonte o una delle tante sciantose che popolano i palinsesti televisivi. Era bella, bellissima direi, ma con il suo atteggiamento sembrava dedicarsi scientificamente alla demolizione del fascino che le era toccato per natura. Se non avesse mai aperto bocca sarebbe stata la mia donna ideale. Sfortunatamente, però, Nadia la bocca l’apriva fin troppo spesso.

All’inizio, dunque, anche per rispettare le regole del buon vicinato, mi sforzai di vedere solo i lati positivi di quella donna, in fondo bastava disinteressarsi di ciò che diceva e concentrarsi sul suo aspetto fisico. Non che in quel modo le sue chiacchiere ammorbanti pesassero di meno, tutt’altro, è solo che, per dirla tutta, speravo di sfruttare l’istintiva esuberanza di Nadia per riuscire a strapparle un appuntamento, magari per una cenetta a lume di candela, tanto per spolverare il repertorio delle prelibatezze culinarie di Napoli. E quello delle abilità amorose dei suoi focosi abitanti.
In effetti, nonostante non facessi molto affidamento sulle mie tecniche di approccio, quell’appuntamento arrivò quasi subito e, prima di comprendere in quale guaio ero andato a cacciarmi, mi ritrovai seduto allo stesso tavolo con la mia nuova vicina. Una donna avvenente, ma della quale ancora ignoravo le insolite, devastanti armi con le quali soggiogava chiunque le capitasse a tiro.
Finimmo la cena completamente ubriachi, ma non per sciogliere le inibizioni o per facilitare il passaggio a un livello successivo di conoscenza, e sono sicuro che avete capito a cosa mi sto riferendo. La verità è che il vino, un’ottima bottiglia di Greco di Tufo, si rivelò un impagabile alleato per rendere più accettabile una serata altrimenti disastrosa. Nadia aveva gettato la maschera e ciò che avevo visto, al di sotto di quelle fattezze angeliche, non mi piaceva affatto. Quella donna era la più grande pettegola che avessi mai incontrato e stare con lei significava mettere a dura prova le mie capacità di sopportazione, oltre al mio già precario amor proprio.
Salutai Nadia sulle scale di casa, senza neppure curarmi di accompagnarla fino all’ingresso del suo appartamento. Troppo grande era la voglia di concludere al più presto quella serata per attardarmi oltre con il mio demone personale, che ora aveva finalmente rivelato la sua vera natura. Ricordo che faticai non poco per superare gli ultimi gradini che mi separavano da casa, e da quella che giudicavo essere la mia salvezza, e solamente quando mi fui richiuso la porta alle spalle ricominciai a respirare. Il demone era rimasto fuori, potevo sentirlo arrancare nella penombra e avevo la percezione esatta che, se fossi uscito anche solo per un istante, mi avrebbe ghermito e dilaniato come una belva alle prese con una preda ferita.

Da quel giorno il mio appartamento divenne un rifugio, una tana, e tutto ciò che stava fuori iniziò a farmi paura. Il mondo aveva gli occhi e la voce di Nadia e a me non restava che fuggire o soccombere. Purtroppo, per quanto accorto mi fossi fatto nello sgusciare fuori di casa il più velocemente e silenziosamente possibile, la mia vicina riusciva sempre a intercettarmi sul pianerottolo o per le scale, e io non potevo far altro che stare immobile ad ascoltarla.

«La vuoi sapere una novità?» mi domandò, come se una mia risposta negativa avesse veramente potuto impedirle di parlare, «ho visto la signora Russo, la sarta del secondo piano, che si baciava con un uomo… che brutta cosa!».
«E allora?» replicai bruscamente cercando di tagliare corto, «Che c’è di brutto in due persone che si baciano?»
«Ma come, non lo sai?!». In genere io non sapevo quasi nulla dei fatti dei miei condomini. «La signora Russo è sposata, e il tizio che le ho visto baciare non era di certo suo marito, quello lo conosco bene, ha un banco di frutta al mercato e sta quasi sempre fuori di casa».
«Ah, capisco…»

In realtà non capivo, non capivo mai niente di quello che mi diceva Nadia e, nello specifico, non capivo cosa ci fosse di tanto eclatante in una signora che si dava da fare mentre il marito era fuori per lavoro. Quella gente mi era indifferente, così come mi erano indifferenti le loro esistenze banali e le relazioni, per quanto ingarbugliate, che erano capaci di imbastire. Io mi facevo gli affari miei, ma questo Nadia non riusciva proprio a comprenderlo.

«Le storie di corna non le sopporto!» ricominciò lei accalorandosi. «Un giorno di questi vado al mercato e racconto tutto al signor Russo.»
«Fossi in te non lo farei» provai a suggerirle. «Faresti meglio a non immischiarti negli affari degli altri o prima o poi passerai un guaio.»

E invece Nadia continuò imperterrita a ficcare il naso nei fatti altrui e continuò a cercarmi per aggiornarmi sulle sue stupide storie. Una volta mi trattenne sul pianerottolo per un’intera mattinata, e solo per raccontarmi di quel tale che si era barricato in cantina con i suoi tre figli e un cane. Era un poveraccio che aveva scelto di occupare i locali del piano interrato per dare un tetto alla sua famiglia, e a quel che restava di un orgoglio già offeso dalla malasorte. Non so come andò a finire la faccenda, credo che il tipo abbia ottenuto un alloggio popolare a Scampia, ma so che quella fu l’ultima storia di Nadia, l’ultima che acconsentii di ascoltare, voglio dire. Dopo l’ennesima dimostrazione della sua tediosità, infatti, decisi di ignorarla sistematicamente, evitando ogni contatto e stando sempre bene attento a non uscire di casa quando lei era nei paraggi. Avevo perfino smesso di rispondere al telefono per paura di incappare in una delle sue interminabili chiamate e la cosa iniziava a darmi tremendamente fastidio. Non sono mai stato un uomo socievole e di certo, anche prima dell’arrivo della mia invadente vicina, il telefono di casa squillava molto raramente, ma l’idea di dover rinunciare alla possibilità di un contatto esterno era odiosa e seccante. Le cose dovevano cambiare, Nadia doveva cambiare, oppure…
Se vi state chiedendo se fossi arrivato al punto di architettare un piano per sbarazzarmi di quella donna permettete che vi dica che siete fuori strada. Per chi l’avesse dimenticato io sono innocente, anzi, fino a prova contraria, io sono l’unica vittima di questa assurda storia di soprusi e di mancanza di tatto. Dunque, fate la cortesia, evitate di emettere sentenze prima che vi abbia esposto per bene i fatti, questa, dopotutto, è la mia storia, e io sono anche l’unico testimone di quanto è successo.
Come dicevo, sebbene la decisione si rivelò più difficile da attuare di quanto immaginassi, mi impegnai a evitare la mia vicina e, per essere più sicuro, scelsi di evitare anche tutti gli altri. Nel giro di meno di un mese, così, la mia già desertica vita sociale si fece ancora più mesta, eppure, senza l’ombra incombente di quella donna, mi sembrava di poter riconquistare un briciolo di serenità.

Dopo soltanto una settimana di quel mio esilio volontario, cominciai a ignorare istintivamente la presenza di Nadia. Ormai non ne sentivo più nemmeno la voce, e i suoi richiami erano sordi come i rintocchi di una campana priva di batacchio. Non ci furono più pretesti validi per accogliere le sue richieste, nessun buon motivo per risponderle, anche quando venne a bussare alla porta di casa mia per l’ultima volta.
Era notte fonda e la sentii scandire il mio nome per un paio di volte. La sua voce era insolitamente debole, ma conoscevo fin troppo bene la tenacia del mio demone personale, perciò ficcai la testa sotto il cuscino e continuai a ignorarla, perfino quando attaccò a supplicare, e poi a piangere, e a gemere. Lei mi chiamava, io facevo finta di non sentire.
Dopo una manciata di secondi, Nadia rinunciò a chiamarmi e iniziò a grattare con le unghie sulla porta forse illudendosi che quel gesto potesse impietosirmi e costringermi a farla entrare. Io, invece, non avendo alcuna intenzione di dargliela vinta, rimasi impassibile a rigirarmi nel letto finché lei desistette e smise di agitarsi.
Non dormii, però, perché il nervosismo vanificò l’effetto dei sonniferi che di solito mi aiutano a riposare, e all’alba ero già in piedi con il principio di un’emicrania a tenermi compagnia. Mi concessi il tempo di una doccia veloce, tanto per scrollarmi di dosso il peso di una notte insonne, quindi mi preparai a uscire di casa per andare a lavoro. La porta si aprì a fatica, come se un peso impedisse ai cardini di fare bene il loro lavoro. In principio non riuscii a capire cosa stesse accadendo, poi le cose divennero più chiare e trovai tutte le spiegazioni che cercavo davanti ai miei piedi, sul pianerottolo di casa.
Nadia era riversa per terra, con un paio di forbici da sarta piantate nella schiena e le unghie di una mano ancora conficcate nel legno marcio della mia porta. Il suo corpo, martoriato dalle ferite, quasi galleggiava in una pozza di sangue scuro e tutt’intorno c’era odore di morte, di odio, di solitudine.
Alla fine, evidentemente, la donna aveva fatto quella capatina al mercato a cui teneva tanto, si era liberata la coscienza, ma aveva dovuto soccombere dinanzi alle regole dell’odio e della vendetta, e a quelle di una donna fedifraga armata di forbici. Il signor Russo, a quanto pare, non aveva gradito la novità che gli era stata riferita da Nadia e sua moglie, di fronte alla concreta prospettiva di un divorzio, non aveva trovato di meglio che sfogare la sua rabbia sulla mia loquace vicina.

Nadia è morta, ora non parla più, ma tanto io avevo smesso di ascoltarla da un pezzo. L’hanno ammazzata, davanti a casa mia, ma io non c’entro, non ho colpe. Qualcun altro ha reciso con una lama la sua vita e, sebbene i medici abbiano insistito nel dire che un tempestivo soccorso avrebbe potuto salvarla, sfido chiunque a dare a me la responsabilità di ciò che è accaduto.
Per quanto mi riguarda io non ho niente da farmi perdonare, ho perfino rivelato agli agenti di non aver risposto alle richieste d’aiuto di Nadia. D’altronde come facevo a sapere che si trattava di un caso di vita o di morte? La conoscete tutti la storia del bambino che gridava “Al lupo! al lupo!”, non è vero?
Nella peggiore delle ipotesi, e ammesso che riusciranno a dimostrare che ho volontariamente rifiutato di aiutare una donna agonizzante, sarò processato per omissione di soccorso, mentre, con ogni probabilità, la signora Russo trascorrerà i prossimi vent’anni in una cella. Per la polizia non è stato difficile risalire all’identità dell’assassino, e per fortuna io non ho neanche dovuto raccontare ciò che sapevo sulla tresca amorosa della sarta. Sono sicuro di avervi già detto che non amo impicciarmi dei fatti degli altri. Io sono un uomo perbene.
Quanto a voi, pensatela pure come volete, datemi del criminale o del mostro, io e la mia coscienza continueremo ugualmente ad andare d’accordo.
Un altro sfollato è venuto a occupare la cantina del palazzo. È laggiù ormai da più di un mese, ma nessuno ci bada, nessuno ne parla. Comincio a chiedermi perché… Ci sono volte in cui la curiosità mi fa salire un groppo alla gola e allora, per qualche istante, ripenso a Nadia e alle sue storie. Che si tratti di nostalgia?

Oggi ho saputo che hanno affittato l’appartamento accanto al mio. Speriamo bene…

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