29.03.2019.

La migliore

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A vent’anni il mio girovita era di settanta centimetri. A trenta superava abbondantemente i novanta. Oggi il metro non basta più.
Eppure continuo a sentirmi bella, la più bella. È soltanto una sensazione, un’idea non avvalorata dai responsi tutt’altro che incoraggianti dello specchio, ma perfino con la mia stazza attuale mi sento una donna affascinante e con parecchie carte da giocare al tavolo della seduzione. Se non fosse così non riuscirei a spiegarmi la fortuna che riscuoto verso l’altro sesso: sono miele, e gli uomini non sembrano ancora stanchi di venire ad assaggiare. Di tanto in tanto.
Le ragazzine allampanate e con le gambe secche fanno parte del passato. Sono miraggi buoni per la televisione, forse per i cartelloni pubblicitari, ma quando si tratta di sesso è da me che bisogna venire. Inevitabilmente.
L’esperienza maturata nei letti di mezzo mondo ha fatto di me un’amante perfetta, un piatto unico che basta a saziare qualunque tipo di voglia, qualunque tipo di desiderio.
La dea. Così mi chiama la gente quando mi incontra per strada. E io neanche mi fermo per rispondere ai complimenti, tiro dritto con il mento leggermente sollevato e gli occhi a mezz’aria per far finta di non vedere. E invece vedo tutto, guardo tutto.
Le facce, guardo soprattutto le facce, che si contorcono nelle smorfie più sofferte e improbabili, le espressioni di chi è consapevole di essere in presenza di un frutto prelibato ma irraggiungibile. La volpe che non arriva all’uva.
Quanto godo della mia onnipotenza! Quanto godo nel sentirmi ammirata, desiderata, adorata. Godo del mio ruolo, del mio status e dell’euforia che solo la percezione di essere unici può suscitare. Io sono unica, io sono la migliore, e sono la più bella. Checché ne dica il mio specchio.
Se non fosse per la necessità di sistemarmi la parrucca, che tende sempre a scivolare su un lato come un cappello alle ventitré, eviterei qualsiasi contatto con la mia immagine riflessa. Potrei spaccare tutti gli specchi che ho in casa senza per questo sminuire la stima che ho di me stessa. La bellezza, la mia bellezza, non è una questione di immagine, non è neppure materia per estetisti o beauty farm, la mia bellezza è un fatto. Come il giorno, come la notte. Io esisto, quindi esiste anche la bellezza. Ed esiste l’amore.
Dopotutto l’amore, e il sesso che dell’amore è la porta principale, non avrebbero senso se non ci fossi io, sarebbero parole vacue e prive di significato. Parole da dimenticare, come da dimenticare sarebbero le pagine di tanti scrittori che hanno consacrato al piacere il loro ingegno e i loro desideri inconfessati. Senza di me le storie del Marchese de Sade non avrebbero lo stesso fascino e le vicissitudini amorose cantate nel corso dei secoli sarebbero solo carta e inchiostro. Senza di me l’amore sarebbe una parola.
E poi non si può tralasciare la modestia che alberga da sempre nel mio corpo, mancando quella, infatti, la mia gloria sarebbe imperfetta, la mia natura incompleta. Certo, sono consapevole che modestia e onnipotenza non vadano propriamente d’accordo, ma non posso fare a meno di riconoscere che l’umiltà ha impedito la deriva del mio ego. Consideriamo, a tal proposito, il rapporto che mi lega al mio macellaio di fiducia. Se sfruttassi fino in fondo il mio charme, e sfoderassi tutte le armi di cui dispongo in quanto incarnazione della grazia (e dell’astuzia), di sicuro tornerei a casa con ben più del solito quarto di manzo che mi viene puntualmente offerto. Potrei portarmi via il contenuto dell’intero banco frigo senza neppure accennare al gesto di tirar fuori il borsellino. Potrei essere un’arpia, e invece mi accontento di essere una dea, potente eppure magnanima.
Il potere è qualcosa che va gestito con oculatezza, altrimenti si corre il rischio di rimanere schiacciati dal peso della propria autorità. E siccome non ho alcuna intenzione di fare la fine di una sovrana spodestata, mi sono abituata a raccogliere solo il necessario, lasciando agli altri il superfluo e piluccando qua e là ciò che reputo interessante. Così, tanto per placare le mie voglie di donna, e per superare l’angoscia che mi prende certe volte, quando mi pare di essere un po’ troppo sola.
La solitudine, in effetti, è la faccia sporca di una medaglia altrimenti splendida e immacolata, una faccia che cerco di sfuggire scomparendo tra le lodi dei miei ammiratori. E ce ne sono tanti, di tutti i tipi, di tutte le età.
I vecchi mi fanno tenerezza, per loro il grappolo d’uva è ancora più in alto, ancora più prelibato, ma sempre irraggiungibile. Ed è facile vedere nei loro occhi appannati l’impotenza mischiarsi al desiderio, la voglia che si piega all’età.
Con i più giovani, al contrario, la tenerezza lascia il posto all’ammirazione per l’incoscienza, e per il fervore dei loro cuori acerbi. Cuori che mi anelano e che non cessano di battere a ritmo con i miei tacchi a spillo.

«Concedetevi a noi, bella signora!» mi dicono i ragazzini all’uscita da scuola, fissandomi impunemente negli occhi con il coraggio figlio dei loro pochi anni, e dell’istinto che li porta inevitabilmente a cercare l’orlo della mia gonna.
«Tornate a casa» li allontano io, non senza offrirgli un sorriso che è allo stesso tempo un divieto e un invito rimandato. «Siete ancora troppo piccoli per capire come ci si comporta con una vera signora!»

E poi li osservo andar via, veloci e nervosi come gattini appena nati che ruzzolano tra l’erba in cerca di tutto. E mi sento strana, e insolitamente eccitata, come se fossi la gatta che li ha partoriti tutti, la madre. E la puttana.
Guardo quella selva di gambe che sfila per strada e ripenso agli occhi dei loro padri, alle labbra dei loro padri. E a tutto il resto.
Sono bella, bellissima, ma a volte, per qualche istante mentre per sbaglio passo davanti a uno specchio con la mia parrucca sghemba, mi sento un po’ sporca, un po’ sbagliata.
Chissà come sarebbe la mia vita se al mondo ci fossero altre donne.

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