29.03.2019.

L'acciuga sul comodino

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“Nessun amore è più sincero dell’amore per il cibo”. Sono parole di George Bernard Shaw, ma sono certo che non avrebbero stonato in bocca a mia moglie, magari assieme a un paio di bignè, di quelli al cioccolato.
Giada, mia moglie, la donna della mia vita, iniziò a ingrassare a causa di una triste fatalità e, a causa della stessa triste fatalità, sostituì la sua innata passione per la bella vita con quella, forse un tantino più pragmatica, per il cibo, meglio se grasso e ad alto contenuto calorico.
Ma non è sempre stato così. Una volta Giada era diversa, una volta Giada era bella, anzi bellissima, la più bella del paese, forse di tutta la regione. La bellezza, si sa, sfiorisce. Nel caso di mia moglie, tuttavia, sfiorì decisamente troppo presto.
Giada, l’acciuga, come la chiamavano al liceo quando era la più magra tra tutte le ragazze, in una manciata di mesi si fece goffa e pesante, una donna irriconoscibile, l’ombra dilatata della silfide che era. Con gli anni l’acciuga divenne prima un merluzzo, poi un tonno bello grosso e alla fine una balena, di quelle destinate ad arenarsi sulla spiaggia.
In passato Giada era stata anche una fanatica delle palestre, una di quelle giovani donne che trovano divertente starsene a sudare su una cyclette, quasi fosse un’alternativa allo shopping nei centri commerciali, un diversivo piacevole per rendersi piacevoli.
Poi, però, le palestre divennero un tabù, una costrizione insopportabile, e Giada destinò ad altro le ore che prima dedicava alla cura del corpo, alla televisione per esempio, uno svago meno faticoso e che, soprattutto, non negava la possibilità di piluccare un po’ di cibo.
Quando non era in cucina a mangiare, infatti, Giada era stravaccata sul divano a vedere programmi televisivi. Le piacevano più di tutto i quiz, che guardava anticipando puntualmente le risposte dei concorrenti, e ci azzeccava quasi sempre. Seguiva anche i film gialli, ma quelli non riusciva a risolverli mai, e ogni volta rimaneva sorpresa di scoprire che l’assassino non era quello su cui aveva puntato. Indubbiamente non avrebbe mai potuto essere una buona detective, una concorrente di telequiz forse, ma una detective mai.
Nonostante tutto, questo è bene ricordalo, Giada non era un tipo da “grasso è bello”. Lei sapeva riconoscere la bellezza, forse perché ne era stata partecipe per tanto tempo, è solo che aveva scientemente deciso di lasciarsi andare, di risolvere con il cibo quei problemi che non sapeva risolvere con la ragione o con l’affetto di chi le stava accanto. Per quanto assurdo possa sembrare, Giada aveva barattato l’amore della famiglia per un piatto di lasagne e una porzione di spezzatino, ed io, che non sono mai stato una buona forchetta, non sapevo proprio come aiutarla. Ammesso che lei avesse intenzione di farsi aiutare.
Avrei forse dovuto imitare quella sua godereccia autodistruzione solo per farle piacere? Avrei dovuto rinunciare alla mia vita perché lei rinunciava alla sua? E in nome di cosa avrei dovuto farlo? In nome di quale amore?

«Mi ami?» mi domandò un giorno in cui era particolarmente giù di corda.
«Certo che ti amo.»
«Sicuro?»
«Sicurissimo.»
«Giuramelo.»
«Te lo giuro.»
«E allora perché non mi tocchi più?»
Finsi di non sentire.
«Non ti sarai stufato di me?»
«Ma che dici?!»

Aveva ragione. Non ero propriamente stufo di lei, l’amavo, l’amo ancora, è solo che ero stizzito per il suo lassismo e, più di tutto, per il suo volontario annichilimento. Non tolleravo l’idea di vederla ridotta in quello stato, così come non tolleravo l’idea di restare impassibile mentre lei si allargava giorno dopo giorno, chilo dopo chilo.
Le diete non servivano a nulla, quanto alla chirurgia, beh, quella era fuori discussione. Giada aveva paura delle operazioni, aveva una vera fobia per gli ospedali e le cliniche, e ad essere sinceri io non ho mai fatto nulla per farle cambiare idea. La chirurgia costa e ci sono tanti altri modi in cui preferisco spendere i miei soldi.
Viste le premesse, dunque, Giada era condannata a gonfiarsi come un pallone aerostatico ed io a osservarla in attesa che esplodesse.

La mia vita divenne letteralmente un inferno. I giorni si trascinavano lunghi e fiacchi, tutti uguali e tutti asfissianti, e la notte poi non riuscivo neanche a dormire, dovevo tenermi aggrappato forte alla mia parte di materasso per evitare di rotolare verso mia moglie, che da quando aveva doppiato il quintale aveva stravolto i nostri già precari equilibri. Il letto a due piazze, alla fine, si ridusse a un piano inclinato, uno scivolo vacillante tanto scomodo quanto pericoloso. Sì, perché finire dall’altra parte del materasso significava, quasi sempre, rimanere intrappolato per ore sotto la smisurata mole di Giada. E posso garantire che non era un’esperienza piacevole.
Ovviamente, a causa degli stessi problemi “logistici”, tutte le attività tradizionalmente esplicate sul talamo nuziale subirono un radicale cambiamento, un cambiamento in peggio ovviamente. Il sesso divenne qualcosa di complicato che era meglio evitare. Per qualche tempo ci sforzammo di trovare soluzioni accomodanti per entrambi, tentammo equilibrismi d’ogni genere per appagare i nostri istinti più naturali, poi però, dopo una lunga sfilza di lividi e la frattura di due costole, decidemmo di limitare i nostri scambi di effusioni al bacio del mattino e a quello della buonanotte. Una scelta dolorosa ma, se intendevo continuare a vivere, inevitabile.
Si può morire d’amore? A parte le discutibili teorie affrontate dai poeti e dai cantautori io credo proprio di sì, e se fossi rimasto ancora a lungo al fianco di mia moglie ne avrei avuto presto la certezza. Mi sembra già di vedere i titoli dei giornali:

UOMO MUORE SCHIACCIATO DALLA MOGLIE OBESA

Una barzelletta amara, ecco cosa sarebbe rimasto della mia vita e della mia morte, una barzelletta amara da raccontare al bar.
E dire che una volta ero considerato un tipo fortunato, l’uomo più ammirato del paese, e anche quello più invidiato. Quando mi misi con Giada gli amici divennero immediatamente gelosi, e anche le donne, quelle che prima mi schivavano come un appestato, iniziarono a guardarmi con occhi diversi, come si guarda una preda ambita o un tesoro da ghermire. La cosa mi inorgogliva parecchio, ed era di sicuro la più dolce delle rivincite, una rivalsa inaspettata e impagabile. Improvvisamente io, lo sfigato del quartiere, sfilavo per le strade a braccetto di Giada, l’acciuga, la femme fatale, la bonazza!
A quei tempi le mie quotazioni erano in netto rialzo e così pure il mio amor proprio e la mia autostima. Mi sembrava di aver vinto alla lotteria, e in effetti, di lì a poco, vinsi veramente alla lotteria. Dodici milioni di euro, tanto mi portai a casa per aver comprato il biglietto vincente della lotteria di capodanno.
Tutto andava per il meglio, tutto aveva preso una piega positiva e mai avrei pensato che quella inattesa e iperbolica botta di culo potesse esaurirsi.
Chi ha molto si aspetta di avere moltissimo, ed è per questo che gli inevitabili quanto prevedibili rallentamenti della ruota del destino finiscono per apparire ingiusti e insopportabili.
Per me la ruota smise di girare qualche anno dopo il matrimonio, e da allora le cose non sono più state le stesse.
Dopo soltanto un anno di fidanzamento io e Giada ci sposammo e andammo a vivere in periferia, lontano dal paese, lontano dalle malelingue e dagli invidiosi che non si stancavano mai di guardare dalla nostra parte. L’invidia della gente, infatti, si era evoluta subito in insofferenza e l’insofferenza in rancore, e sottrarci a quel tiro al bersaglio fu l’unico modo per salvaguardare la nostra privacy e quella di nostra figlia Luna, nata pochi mesi dopo la vincita alla lotteria. Eravamo un po’ più soli, ma eravamo ricchi, innamorati e felici, che altro volere dalla vita?
Purtroppo, però, l’irritazione che le persone mostravano di fronte alla nostra felicità era un sentimento difficile da schivare, un sentimento pericoloso, tanto che presto cominciammo a temere per la nostra incolumità, e per quella di Luna soprattutto. La ruota, allora, aveva già iniziato a rallentare.

«State attenti a vostra figlia» ci disse una volta un solerte commissario di polizia, «oggi sono sempre più frequenti i casi di rapimento a scopo di estorsione…»
«Non si preoccupi, commissario» lo interruppi con un tono velatamente spocchioso, «non può succederci niente di male.»
Mi sbagliavo, e la prova la ebbi una settimana più tardi, quando nella cassetta della posta, assieme agli immancabili volantini pubblicitari, trovai l’orecchio di Luna in una busta e la richiesta di un riscatto di un milione di euro in un’altra.
La cosa si concluse rapidamente. Ricevetti una telefonata nella quale una voce, con un inconfondibile accento francese, mi disse di versare il riscatto su un conto svizzero. La polizia fu tenuta all’oscuro di tutto, io pagai, e il giorno dopo riebbi mia figlia, senza un orecchio ma viva.
Credo, col senno di poi, che quel doloroso episodio sia stato la molla che scatenò la metamorfosi distruttiva di mia moglie. Dopo il rapimento di Luna, infatti, Giada non fu più la stessa, e la balena iniziò a farsi largo nel suo corpo di acciuga.

La paura può cambiare la vita, ma anche i fianchi, la pancia e tutto il resto, ed è proprio a causa della paura che mia moglie si chiuse in casa per dedicarsi meticolosamente al suo processo di lievitazione.
Giada impiegava le giornate ad accumulare timori, rimorsi, scrupoli, oltre a una quantità di grasso che avrebbe fatto invidia a un orso polare in procinto di andare in letargo.
Nel giro di pochi mesi, pochi mesi di assoluta dedizione alle sue abbuffate ipercaloriche, Giada completò la sua masochistica trasformazione e divenne un essere infelice, un essere infelice che non aveva più niente della fascinosa creatura che avevo sposato.
Mia moglie era talmente ingrassata che i vestiti doveva farseli fare su misura, non portava più nemmeno la fede al dito, le andava troppo stretta. Negli ultimi tempi la teneva appesa al collo attaccata a una collanina d’argento, e scommetto che presto le sarebbe andata stretta anche quella.
Avevo sposato una donna, ma alla fine mi sembrava di averne tre al mio fianco, forse addirittura quattro, tanto imponente era la stazza di Giada da quando aveva intrapreso il sentiero, tutto in discesa, dell’obesità. E andava veloce, scivolava giù per quel ripido cammino senza fare soste, ed io, per quanto mi sforzassi, riuscivo a malapena a starle dietro, finché non mi stancai del tutto di seguirla e cominciai a pensare a una soluzione.

Non poteva andare avanti così, le cose dovevano cambiare. Io dovevo fare qualcosa.
Se Giada non era capace di reagire io dovevo trovare il coraggio e la forza di farlo per entrambi, dovevo escogitare un rimedio.
Con questi propositi iniziai a stimolare Giada ogni giorno. Le proponevo quel genere di svaghi che non avevano a che fare con il cibo, roba semplice che poteva distrarla dalle tentazioni della gola. I miei tentativi, però, fallivano regolarmente di fronte a un richiamo che non ero in grado di zittire e i rari successi, quelli che ingenuamente credevo successi, non erano che tregue nella logica di una tragedia ineluttabile. La sconfitta doveva aver attecchito saldamente nel sangue e nel DNA di Giada, e ogni pallida vittoria celava in sé i germi del fallimento.
Una mattina riuscii perfino a convincere mia moglie ad andare fuori per una camminata nel parco. Pensavo che una passeggiata all’aria aperta le avrebbe fatto bene e invece non riuscimmo a fare che pochi passi, giusto quelli che separavano la stanza da letto dall’ascensore di casa, dove Giada rimase incastrata per oltre due ore.
Per liberarla occorse molto tempo e molta fatica, e quando finalmente la ricondussi nel nostro appartamento Giada mi fece promettere che non avrei più tentato di portarla fuori. Ormai le quattro mura in cui viveva da reclusa erano il suo universo, il suo guscio, la sua tomba.

«Come vuoi tu, cara» le dissi tirando fuori un mezzo sorriso di circostanza. «Ce ne staremo buoni buoni in casa. Non andremo da nessuna parte, se a te non sta bene…»
E non andammo da nessuna parte, non facemmo altro che rispettare la nostra immobilità forzata, niente più stimoli, niente più passeggiate salutistiche, niente di niente.
A casa la tensione cresceva di giorno in giorno, eppure mi pareva di essere l’unico a rendersene conto. Mia figlia era anagraficamente refrattaria verso qualunque cosa non riguardasse la sfera dei suoi primi, imberbi spasimanti, ma mia moglie, la donna che aveva giurato di essere al mio fianco nella buona e nella cattiva sorte, non aveva alcuna giustificazione per ignorare l’orrido abisso che lei stessa aveva spalancato.
Giada appariva più ingenua e spensierata di Luna, per lei c’era un lato positivo in ogni cosa, anche nella nostra relazione sempre più squilibrata, e non mi riferisco solo alle cifre sulla bilancia. Le cose precipitavano, ma lei non ci faceva caso, anzi per Giada tutto andava bene, come se i duecentodieci chili che si portava appresso fossero un peso soltanto per me. E forse era proprio così.

«Finché c’è la salute…»
«C’è tutto», la anticipavo io ogniqualvolta se ne usciva con quella frase di rito.
E in effetti Giada sembrava godere di ottima salute, la pressione, il colesterolo, il cuore, tutto era nella norma, tutto in regola, all’infuori di quel suo corpo sempre più simile allo scafandro di un astronauta.
L’aspetto fisico non è tutto, è vero, ma io ero pronto a fare qualunque cosa pur di riavere mia moglie com’era una volta. Rivolevo la mia acciuga, e sentivo che non avrei sopportato ancora per molto la vicinanza di una donna che non riconoscevo più. Mancava soltanto la classica goccia che fa traboccare il vaso, un solo evento per scatenare tutto il nervosismo accumulato e il rancore latente.

Boom!

Una mattina sentii un botto provenire dal bagno. Ricordo che esitai più di un istante prima di decidermi ad andare a vedere cosa era successo.
«È scoppiata!» esclamai ad alta voce infilandomi le ciabatte. «Alla fine è scoppiata per davvero!»
Percorsi il corridoio al buio strascinando pigramente i piedi, mentre dal bagno proveniva un lamento penoso interrotto ogni tanto da un singhiozzo.
Sì, non c’è dubbio, continuai nella mia testa, mia moglie è esplosa come un pallone.
Scostai la porta del bagno lentamente e dall’altra parte trovai Giada accasciata per terra su quel che restava della tazza del cesso, che era schiantata sotto il suo peso provocando il botto che avevo sentito. Un falso allarme, nient’altro che un ridicolo falso allarme.
Giada stava bene, aveva un paio di lividi grossi come carte geografiche sul sedere, ma stava bene. Io invece non mi sentivo affatto bene, anzi, mi sentivo male, malissimo. La goccia era arrivata, il vaso non solo era straripato, ma si era anche fracassato sotto l’abominevole sedere di Giada.
Fu allora che presi la decisione. Le cose dovevano cambiare.

Comprare una pistola fu più facile di quanto pensassi. Più difficile sarebbe stato utilizzarla, ma quella era un’evenienza ancora troppo lontana allorché saggiai per la prima volta la consistenza della mia Colt Python, un revolver che pesava quanto una palla da bowling.
Per strada si può acquistare di tutto. Sigarette di contrabbando, Rolex taroccati, droga, e armi, tante, tantissime armi. Le strade, certe strade, sono il supermarket a cielo aperto per un’eterogenea e spesso pittoresca clientela, acquirenti insospettabili dell’illegalità che da ragazzo avevo avuto modo di conoscere piuttosto bene. Anch’io ero stato un habitué di quel mercato clandestino, e negli anni avevo sperimentato la bontà di quasi tutte le merci offerte negli angoli meno battuti del paese. Le armi erano l’unica categoria merceologica che non avevo testato, non ancora perlomeno.
La Colt Python è il non plus ultra tra le pistole, ciò che un diamante rappresenta tra le pietre preziose, un gioiello di tecnica e potenza, un gioiello pericoloso con il quale contavo di risolvere i problemi di Giada e, di conseguenza, anche i miei. Io dovevo fare qualcosa, dovevo ammazzarla per continuare ad amarla.

Luna era in gita con la scuola e Giada dormiva profondamente, tutto era perfetto, per quanto perfetto possa essere l’omicidio della propria compagna.
Osservai mia moglie per alcuni minuti senza fare nulla, poi sollevai il cane della pistola e mi preparai a fare fuoco. Stavo per premere il grilletto quando scorsi per terra qualcosa che attirò la mia attenzione. Mi chinai, piano per non fare rumore, e vidi il bocciolo di una rosa, e poi un altro, e un altro ancora, finché non scoprii un intero mazzo di rose rosse nascosto sotto il letto.
Non ci volle molto a capire cosa era accaduto, anche perché erano anni che non regalavo rose a mia moglie. Giada mi tradiva, aveva un altro, un amante, un bastardo che si insinuava in casa mia, tra le mie lenzuola, nella mia vita.
Quella rivelazione imprevista e imprevedibile mi diede terribilmente fastidio, poco importava se un attimo prima stavo per ammazzare mia moglie, un tradimento è un tradimento, comunque.
Rimisi la pistola in un cassetto e andai a scolarmi una mezza bottiglia di brandy. Qualcosa di nuovo era accaduto, fuori, ma soprattutto dentro di me. Io, che mi sentivo arido e freddo, mi ero riscoperto geloso, irrimediabilmente geloso della donna che volevo uccidere.
Il giorno dopo, senza dire nulla a Giada, mi diedi malato a lavoro e me ne andai a zonzo per qualche ora. Speravo di cogliere in flagrante l’infame, di beccarlo con le mani nel sacco o, meglio, con le mani tra le cosce di mia moglie. Il solo pensiero mi faceva ribollire il sangue e quando, dopo un lungo appostamento, vidi un’auto parcheggiare sul retro di casa, ero certo che sarei stramazzato al suolo per un infarto. Il cuore, invece, dopo aver pompato veloce per qualche secondo, rallentò quel tanto che bastò a farmi riacquistare il controllo del corpo e quello del cervello. E il mio cervello era la vendetta che mi chiedeva, una vendetta veloce e definitiva.
Tirai fuori la Colt, che ormai portavo con me ovunque come un amuleto d’acciaio e di morte, ed entrai in casa dalla porta di servizio. Il resto lo fece l’istinto.

«Merde! Qu’est-ce que tu veux faire?! Metti giù quell’arma!», mi urlò l’uomo che era con Giada, con quell’inconfondibile accento francese che ancora non avevo scordato.
«Tu?!» balbettai incredulo faticando a tenere dritta la pistola. «Brutto stronzo! Ti sei preso i miei soldi e ora vorresti prenderti anche mia moglie?!»
Il rapitore-amante cercò di schizzare fuori dal letto, ma io fui più veloce e sparai due volte prima di cadere per terra, sbalzato dal rinculo della pistola. Al cinema non ti spiegano quanta potenza possa sprigionare un revolver calibro 357 magnum.
«Giada? Giada, stai bene?!» domandai mentre mi rimettevo in piedi a fatica.
Giada non rispose, e non si mosse. Uno dei due proiettili che avevo esploso l’aveva raggiunta in mezzo alla fronte, l’altro, invece, aveva steso per sempre il suo ignobile compagno di letto. L’omicidio che avevo programmato c’era stato per davvero, ed era stato molto meno liberatorio di quanto mi ero prospettato. Avevo perso Giada, e l’avevo persa proprio quando mi sembrava di averla ritrovata, per colpa, o per merito, di quella gelosia che mi aveva spinto a impugnare un revolver e che aveva fatto di me un assassino.

Nei pantaloni del francese trovai una pistola carica. Gliela misi in mano e premetti il grilletto, lasciando che un proiettile finisse sulla porta della stanza da letto. Poi chiamai la polizia.
Giada non avrebbe mai potuto essere una detective, ma io avevo visto tutti i film gialli che aveva visto anche lei e sapevo alla perfezione come muovermi in circostanze del genere, sapevo come confondere le tracce, come nascondere le prove. Dopotutto, detective e fuorilegge agiscono sullo stesso campo di gioco e con le stesse regole, e quella volta io non avevo alcuna intenzione di perdere la partita. Avevo voglia di godermi finalmente una vittoria, la mia prima vittoria perfetta.

Al termine delle indagini fui scagionato dall’accusa di duplice omicidio. Dissero che la mia era stata legittima difesa e che per errore avevo colpito mia moglie, oltre che il suo amante, e il mio potenziale assassino. La verità era un’altra, ma a quanto pare a nessuno sembrava interessare.
Il corpo di mia moglie fu cremato e le ceneri sigillate in un’urna di bronzo, la stessa che oggi tengo sul comodino accanto al letto. Alla fine, in un modo che non avrei mai potuto prevedere, la balena è ridiventata un’acciuga, Giada è tornata a casa per restare al mio fianco, per sempre, ed è leggera, ancora più leggera di quando al liceo faceva perdere la testa alla gente.
La ruota ha ripreso a girare.

Luna non ha ancora superato il dolore per la morte di sua madre, probabilmente non lo supererà mai, e forse è giusto così. Un lutto è difficile da metabolizzare, è un piatto indigesto, più dei peperoni ripieni che mi preparava mia moglie. Deve essere per questo che dalla scomparsa di Giada mia figlia non mangia quasi più nulla. Non esce mai di casa e ha iniziato a dimagrire, giorno dopo giorno, chilo dopo chilo. Oggi è magra, troppo magra a dire il vero, stenta quasi a reggersi in piedi, ed io ho paura che prima o poi possa spezzarsi con un colpo di vento appena più forte.

Non può andare avanti così, le cose devono cambiare. Io devo fare qualcosa.

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