15.03.2019.

Benvenuti a Castleville

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Benvenuti a Castleville
Maurizio Di Credico
Liberodiscrivere, 2007
pagine: 218
ISBN: 9788873881285

Benvenuti a Castleville è una raccolta di racconti e un romanzo al tempo stesso. Non semplici storie indipendenti, ma capitoli di un’unica novella visionaria, che trova nella surreale cittadina di Castleville il palcoscenico ideale per dipanare la sua trama. Storie “da pellicola”, da vedere prima ancora che da leggere, storie per perdersi, perché quello che inizia con la prima pagina del libro è un viaggio insolito, un viaggio in cui è assai difficile mantenere la rotta.
La strada per Castleville è un labirinto disseminato di tranelli, trabocchetti, enigmi da risolvere e altri che è meglio lasciare insoluti, è una strada a senso unico, perché il ritorno non è ammesso: chi viene a Castleville ci rimane, per sempre. In un minuzioso gioco di incastri l’autore ha intrecciato personaggi e vicende in modo indissolubile, componendo un puzzle dalle tinte spiccatamente visionarie. Tinte che sfiorano costantemente le tonalità del “giallo” e del “nero”, e che insieme compongono la tavolozza cromatica di un luogo che non è un luogo.
Ogni racconto-capitolo, sebbene possa essere letto in modo indipendente dal corpo dell’opera, costituisce un tassello in più per il completamento dell’epopea di Castleville, un percorso suggestivo, e spesso spiazzante, tra le pieghe della “normale anormalità” di una qualunque cittadina di provincia.
Le note dominanti dell’opera sono la verosimiglianza e la contraddittorietà intrinseca in ciò che sembra ovvio. Può accadere così, perdendosi per le strade di Castleville, di imbattersi in killer impacciati e insolitamente affettuosi verso i bambini, in amorevoli vecchietti capaci di escogitare piani diabolici o in assassini che si giurano eterno amore.A Castleville niente è come sembra, eppure tutto sembra esattamente come è.

Nella sottile linea d’ombra che separa il bianco dal nero si muovono personaggi singolari, con tutta la loro umana inumanità, con il loro improbabile bagaglio di storie agrodolci da raccontare. Assassini, serial killer, pazzi visionari ed eroi bambini vivono, e muoiono, nello stesso mondo paradossale, un mondo che, alla fine della giostra, non è poi tanto diverso da quello in cui, ogni giorno, giochiamo la nostra quotidiana partita con il destino. Castleville è un tiro di dadi, Castleville è il sogno, l’incubo, l’universo e il buco nero, Castleville è, anche se non esiste.
Benvenuti a Castleville.

Quarta di copertina.

niente è come sembra eppure tutto sembra esattamente come è
Qui inizia e finisce un viaggio suggestivo, spiazzante, tra le pieghe della normale anormalità di una qualunque città di provincia. Nella sottile linea d’ombra che separa il bianco dal nero si muovono personaggi improbabili, con il loro baga-glio di storie surreali da raccontare. Assassini, serial killer, pazzi visionari ed eroi bambini, vivono e muoiono nello stesso mondo paradossale, un mondo dove l’apparenza in-ganna, dove la verosimiglianza è la sola concessione a una razionalità altrimenti latitante.
È stato detto che se all’inizio di un libro c’è una pistola, quella pistola dovrà sparare prima dell’ultima pagina. A Ca-stleville le pistole cariche sono davvero tante, e vi assicuro che, prima della fatidica ultima pagina, spareranno tutte.
Non cercatela sui mappamondi.
Castleville non esiste.
Benvenuti a Castleville.

Leggi i racconti: "Le coincidenze di una foglia", "Anche i serial killer piangono", "Respirando anime".



Intervista su "Thriller Magazine"


D: Partiamo dalle informazioni di carattere generale: dove si trova Castleville?

R: Castleville non esiste. Non esiste perché non è su nessuna carta geografica e neppure sul più aggiornato navigatore satellitare, è una città che non c'è, anche se io so perfettamente come raggiungerla. A dire il vero ho da poco scoperto che da qualche parte in America c'è stata una Castleville, ma si tratta ormai di una città abbandonata, una delle tante ghost town inghiottite dal deserto e dall'emigrazione, dunque a tutti gli effetti posso affermare che Castleville esiste solo in questo libro, e prima ancora solo nella mia testa, che poi, in fondo, è quasi la stessa cosa. Detto questo, però, sono convinto che una città che non esiste sia un posto perfetto per una gita fuori porta, forse addirittura un posto per viverci, e chi avrà la bontà di sfogliare le pagine del libro non potrà non accorgersi che Castleville è un luogo familiare, un luogo che gli sembrerà di conoscere perfettamente, e questo perché Castleville è la rappresentazione, forse la sintesi, di una qualunque cittadina della provincia americana, quelle con le strade dritte, le case tutte uguali con il prato inglese e la bottiglia di latte poggiata assieme al giornale sui gradini davanti alla porta d'ingresso, quelle cittadine che abbiamo visto tante volte al cinema, o alla TV, quelle dove si muovevano Fonzie e i suoi amici, quelle dei film di Tim Burton, in pratica casa nostra. E comunque Castleville non si trova, Castleville TI trova…

D: Ma se si è scelta Castleville come meta per la prossima gita, come ci si arriva?

R: Basta guidare per un po' senza guardare i cartelli stradali, seguendo l'istinto e la voglia di andare a fare una visita al buon Edward mani di forbice, magari per una spuntatina ai capelli, o di bersi un tè assieme a Mork e Mindy. In realtà, una volta arrivati a Castleville, le atmosfere saranno ben diverse da quelle ovattate e rassicuranti che abbiamo imparato a conoscere sullo schermo, a Castleville le cose, tutte le cose, hanno spigoli taglienti, graffiano, spesso fanno male, molto, e anche le persone possono lasciarci ferite profonde. A Castleville Edward userebbe le sue forbici con gli occhi bendati e Mork non si servirebbe del suo dito per bere ma per sparare raggi mortali. Credo sia per questo che non ho voluto divulgare le indicazioni precise per raggiungere Castleville (perché poi voler andare in un posto che non esiste?), anche se devo svelare che il libro è pieno di indizi, tracce disseminate qua e là tra le pagine come le molliche di Pollicino, tracce che portano tutte in un solo posto. Il nome di una strada statale, i chilometri che percorre un certo camion per arrivare in un certo luogo, una particolare specie di uccello, mettendo insieme tutti i tasselli la città che non esiste avrà quantomeno una collocazione precisa sulla carta geografica. Se l'ha fatto Matt Groening con la Springfield dei Simpson perché non potevo farlo anche io?

D: E tu come ci sei arrivato?

R: Mi ci hanno portato degli amici, che poi sono anche i personaggi delle mie storie, e siccome non sono mai troppo gentile con loro, non quando li costringo in situazioni scomode per esigenze di copione, ho temuto che mi ci avessero portato per farmi fuori. Una paura comune per chi è solito giocare sporco con il destino dei personaggi dei propri libri. E a Castleville il destino gioca secondo regole tutte sue, le cose lì non vanno mai come ci si potrebbe aspettare, il colpo di scena, la stranezza, è all'ordine del giorno, e persino la fortuna, intesa come colpo di culo, si rivela quasi sempre un evento tutt'altro che propizio: vincere alla lotteria, trovare un prezioso cimelio d'argento o un libro antico in soffitta, per esempio, tutte cose all'apparenza positive, non sono altro che il pretesto, l'incipit, per grandi sciagure. E in questo c'è tutto il mio sadismo "autorale". Sono un creatore bastardo, un padre cattivo, anche se poi finisco puntualmente per affezionarmi ai miei personaggi, e parecchio, è solo che non amo troppo i lieto fine. I protagonisti delle mie storie appaiono liberi, si illudono di essere tali e come tali li descrivo, ma sono intrappolati comunque nelle pagine di un libro, e sebbene mi piaccia far finta di essere spettatore delle loro vite, in realtà sono io la divinità spietata che decide il loro futuro in punta di penna, o di mouse.

D: Cominciamo dalle origini. Parlaci della fondazione di Castleville: che tempi e modalità di "sviluppo" ha avuto?

R: Questo libro è nato per trovare una casa ai personaggi delle mie storie, una casa che fosse raggiungibile da chiunque, sempre secondo i criteri che ho spiegato prima. Molliche di pane e tracce nascoste… Quanto ai tempi, devo ammettere che si è trattato di un processo relativamente breve, perché avevo la testa fin troppo "affollata" e dovevo liberarmi di un po' delle suggestioni che la popolavano. Mi ritengo uno scrittore "caotico", nel senso che non riesco mai a lavorare a una sola idea per volta, e Castleville mi ha dato la possibilità di scrivere in modo "orizzontale", di mettere sul piatto tutte le parole, e tutte le storie che c'erano dentro, e di raccontare sedici vicende che ne racchiudono una soltanto. Alla fine la mia testa è rimasta comunque "affollata", ma Castleville ne è venuta fuori, e ora c'è spazio per tutto il resto. I racconti che compongono l'epopea di Castleville si sono sviluppati parallelamente, intersecandosi, sovrappondendosi, talvolta confondendosi, proprio come avviene nella vita vera, dove le cose non si succedono mai a episodi. Ovviamente ho dovuto mantenere una visione "allargata", scrivere in widescreen, perché ogni racconto potesse "riverberarsi" negli altri, e c'è stata un'attenzione particolare per fare in modo che ogni dettaglio si incastrasse, ma una volta mosso il primo passo per le strade di Castleville tutto è avvenuto in modo naturale. Le storie le ho scritte dal di dentro, osservando, fingendo di essere lì, ho spiato, da bravo voyeur, e poi mi sono chiesto cosa sarebbe successo ai personaggi di un racconto quando questo racconto finiva. Di solito nei libri, come nei film, nessuno sa cosa succede dopo la scritta "The End", con Benvenuti a Castleville ho provato ad andare oltre, facendo iniziare una vicenda là dove un'altra finiva. Ho scritto racconti pensando a un romanzo, ho fatto il cronista e il viaggiatore, e alla fine è stato divertente, terapeutico e divertente, e neanche tanto difficile. Difficile invece è stato lasciare andare i miei personaggi, abbandonarli tra le pagine del libro. Probabilmente è per questo che alcuni di loro, parecchi di loro a dire il vero, li ho fatti morire, così sono sicuro che dopo Castleville non andranno lontano, o almeno lo spero, anche perché se mi trovassero ho il presentimento che mi farebbero fuori per davvero. 

D: Da dove viene il nome della cittadina?

R: C'è una spiegazione "ufficiale", per spiegare l'origine del nome della città che non esiste, una spiegazione ufficiale che però rischierebbe di svelare fin troppo sul finale del libro. Dico solo che il nome Castleville ha un po' a che fare con i giochi di un bambino, forse anche con i suoi sogni, e ha a che fare con l'illusione e il miraggio. Il battesimo di Castleville non è avvenuto in modo casuale, perché nulla nel libro è casuale, e anche il nome delle strade, dei luoghi, persino quello dei personaggi, ha una sua precisa ragion d'essere, a volte evidente, a volte un po' meno. Se leggendo ti sembra che una parola evochi qualcosa, forse non si tratta di un banale deja-vu, forse sei semplicemente incappata in uno di quegli indizi che ho nascosto tra le pagine del libro. Ce ne sono talmente tanti che oggi neppure io saprei individuarli tutti, ed è per questo, oltre che per la mia memoria malferma, che mi diverto sempre a rileggere quello che ho scritto, a seguire ciò che può evocare una parola. E Benvenuti a Castleville è un libro pieno di "evocazioni". Ovviamente il nome di Castleville è anche un omaggio alla Castle Rock di Stephen King, un omaggio inconsapevole credo, ma che mi piace ricordare perché il "Re" ha avuto il suo peso nell'influenzare il mio approccio alla scrittura. Un peso che condivide alla pari con Roald Dahl e Italo Calvino, con Tolkien e Richard Matheson… e visto che si parlava di scelte non casuali, ovviamente non è un caso se sulla copertina di Castleville campeggia il camion assassino della versione cinematografica di Duel, racconto di Matheson, film di Spielberg.

D: Chi sono gli abitanti di Castleville?

R: Gente normale, gente semplice: assassini innamorati, serial killer dalla lacrima facile, uomini che parlano con il pulviscolo atmosferico o che spariscono dentro un loro sogno… la stessa gente che vediamo ogni giorno per le strade delle nostre città, gente normale, gente semplice appunto. Per questa gente ho immaginato Castleville, un posto finto, talmente finto da sembrare vero, perché riconoscibile, esattamente come in un film, un posto in cui ambientare storie assurde, surreali, bizzarre, dove vero e verosimile si confondono, dove, come è scritto nella quarta di copertina, la verosimiglianza è la sola concessione a una razionalità altrimenti latitante. E se dunque Castleville è un palcoscenico, un set cinematografico, i suoi abitanti sono attori che credono di recitare a braccio, che si illudono di improvvisare, che parlano come se stessero davvero mettendo in scena le loro vite, e in realtà non sono che ignare pedine, marionette nelle mie mani. Nelle mani di un burattinaio un po' bastardo.

D: Esistono personaggi illustri che hanno lasciato un segno nella storia della cittadina?

R: Castleville è un posto democratico, un posto dove chiunque può lasciare un segno, non solo i personaggi illustri. Certo, ci sono alcuni che hanno lasciato un segno più profondo di altri, come i due storici fondatori della città: se per esempio ti trovassi all'incrocio tra Main Street e Puppetlane Road, leggeresti il nome di Fergus Clay sulla facciata dell'ospedale di Castleville, lo stesso nome che campeggia su una targa di bronzo nella scuola elementare, mentre a Jerolamus Tintoy è stato dedicato il parco cittadino ed è suo il busto che puoi vedere all’ombra degli alberi. Ma la lista dei personaggi che si sono guadagnati la prima pagina del Daily Minstrel è lunga, e non si tratta quasi mai di pagine edificanti. C'è il sindaco Quimby, che se ne va in giro con amante a seguito sulla Pontiac Firebird del '69 che si è comprato con i soldi dei contribuenti, a loro insaputa s'intende; lui un segno l'ha lasciato di sicuro, se non altro nelle casse comunali. La milionaria Mary Jane Rubberdoll sconta una condanna all'ergastolo per un omicidio che dice di non aver commesso, mentre suo marito riposa nel cimitero cittadino in una cassa di abete rosso americano. E poi c'è Hiroshi Watanabe, ex campione di arti marziali e stuntman molto richiesto a Hollywood, che da quando è diventato padre della bella Yuriko ha abbandonato le sue rischiose incursioni cinematografiche per aprire una scuola di arti marziali. 

D: E adesso parliamo delle curiosità: quali sono le tradizioni di Castleville? Esistono aneddoti e leggende legate alla cittadina?

R: Non sono tante le tradizioni di Castleville: come tutte le piccole cittadine delle provincia americana, anche la città che non esiste è piuttosto carente in quanto a eventi storici di una certa rilevanza, però si dice che una volta arrivati a Castleville non si possa più andar via. Lo confermo. Si dice pure che la vecchia casa del bibliotecario porti sfortuna. Io non sono un tipo superstizioso, ma mi sento di confermare anche questo. E poi c'è la tradizionale maratona cittadina, niente a che vedere con quella di New York, però nell'ultima edizione è successo qualcosa che nella Grande Mela non è mai successo. Né mai succederà se è per questo. A Castleville le casse da morto sono fatte di legno di abete rosso americano, ma anche le case, i mobili e i souvenir in vendita sono costruiti con lo stesso legname. Il Beer Paradise, poi, è un pub aperto 24 ore su 24 per il piacere dei tanti beoni del luogo, ma è pure la sede ufficiale del Comitato Cittadino Contro la Crudeltà Cinematografica. Piccole incongruenze che rendono unica questa città. Dettagli di un luogo che non esiste.

D: Perchè visitare Castleville?

R: Per rivedere un posto che conosciamo, perché, alla fine, ognuno di noi è già stato a Castleville, ha messo in fila un passo dopo l'altro sulle sue strade, ha conosciuto i suoi abitanti, li ha amati, più probabilmente li ha odianti. Si visita Castleville perché Castleville è ciò che siamo, o ciò che siamo diventati guardando l'America attraverso lo spioncino dei nostri televisori, e si visita Castleville perché abbiamo ancora bisogno di avere paura, non tanto da chiudere gli occhi, ma quel tanto che basta a farci portare le mani sul viso, per sbirciare tra le dita e vedere in faccia il bababu o il mostro che da bambini si nascondeva sotto il letto, e che magari è ancora lì che aspetta. Benvenuti a Castleville parla (cerca di parlare) in modo differente, racconta storie differenti, quel tipo di storie che restano "in circolo", anche dopo l'ultima pagina. È un libro pensato come un meccanismo a orologeria, un mosaico, forse un puzzle, costruito con la cura di un artigiano, ma pensando alla spettacolare macchina di Hollywood. Anche per questo vale la pena fare un salto a Castleville, perché sembra che la crisi degli sceneggiatori avrà ripercussioni sulla qualità delle pellicole made in USA, perché siamo tutti un po' stufi delle repliche (poche a dire il vero) di Twin Peaks e di Ai confini della realtà, e perché, qualche volta, un artigiano italiano può avere qualcosa di buono di raccontare. Anche se per farlo deve scomodare certe presenze nascoste dentro un armadio o sotto il suo letto.

D: Quando e come Castleville ha cominciato a essere conosciuta?

R: Io ho sempre conosciuto Castleville, e per quello che ho detto credo che tutti la conoscano da sempre, magari prima la chiamavano con un nome diverso, o la cercavano in un posto diverso, ma Castleville era lì, nei sogni, negli incubi. Quel posto oggi ha un nome, e lo ha perché Antonello Cassan, l'editore che è dietro la sigla di Liberodiscrivere, ha creduto nella forza di un libro visionario e surreale, che sfiora il noir e la mistery novel, il giallo e la ghost story, un libro che è un romanzo ma che è anche una raccolta di racconti, storie dentro una storia, lo specchio nello specchio come direbbe Michael Ende, una matrioska di universi paralleli. La prima uscita "ufficiale" del libro è avvenuta lo scorso maggio alla Fiera del Libro di Torino, poi ci sono state le presentazioni, le recensioni sulla stampa e la vetrina offerta da amici come il buon Alessio Valsecchi della Telanera. Ora Thrillermagazine è la classica ciliegina sulla torta!

D: Se dovessi inventare un testo per uno spot per favorire il turismo a Castleville cosa diresti?

R: Forse direi qualcosa del tipo: "Castleville. Tutto il resto è noia", ma siccome pare che il Califfo se la prenda non poco con chi abusa del ritornello della sua canzone più conosciuta, credo che opterò per la frase che chiude la quarta di copertina del libro. "Non cercatela sui mappamondi. Castleville non esiste. Benvenuti a Castleville". 

D: Dopo averci parlato di Castleville, ti va di darci qualche anticipazione sulle tue prossime mete?

R: Nel mio futuro ci sono tanti altri viaggi, alcuni da fare come viaggiatore, penna alla mano, altri da organizzare come "tour operator"; lavorando come editor e consulente letterario, infatti, mi piace seguire il percorso dei libri che ho la fortuna di curare, è un modo di viaggiare in clandestinità che mi consente di vedere posti che altrimenti non vedrei, non come autore. A tal proposito ho in mente alcuni "pacchetti turistici" interessanti, e non è detto che nel 2008 non riesca finalmente a fondare la mia tanto agognata etichetta editoriale, una casa editrice che parta dal basso, attorno a un pugno di autori di talento. E ce ne sono. In questi anni ne ho conosciuti molti, ed è un peccato che i loro personalissimi percorsi trovino raramente una meta adeguata, il mare magnum dell'editoria, purtroppo, è battuto da corazzate e transatlantici che sono talmente grandi e imponenti da occupare quasi tutte le rotte. Quasi tutte. La mia vuole essere l'idea romantica di un pirata, un brigantino che solchi i mari tempestosi e che si faccia largo tra il sudiciume in cui siamo costretti a navigare ogni volta che entriamo in libreria… perlomeno mantenendoci in superficie. Ora sto cercando una ciurma di bucanieri della letteratura, penne che siano sciabole per andare all'arrembaggio delle librerie e dei lettori più smaliziati. Credo, spero, che ne vedremo delle belle… Per quanto riguarda i miei viaggi in solitaria, ho appena concluso L'onore dei pesci una storia "salmastra" che racconta la vita, e la morte, di un uomo, di tutti gli uomini che si dicono pellegrini del mondo ma che alla fine gettano l'ancora sempre troppo vicino alla riva. Un romanzo agrodolce scritto con il realismo visionario di cui sono fatte le storie dei pescatori e quelle sognate dai bambini, un viaggio di sola andata verso un sud qualunque di un'Italia qualunque, un posto dove i pesci parlano e i pescatori se ne vanno a caccia di tesori nascosti. E poi c'è Non dire gatto, ma in questo caso ho condiviso il viaggio con la scrittrice Cristina Cardone, con la quale ho scritto un romanzo sospeso tra il sogno e la realtà, una fiaba per adulti che parla di amore e di morte, di pastori di grilli e di eserciti di gatti, di torte magiche e fughe rocambolesche. Castleville a volte mi chiama ancora, e non è detto che prima o poi non risponda alla chiamata, per il momento scrivo e navigo a vista. Tutte le dritte sui prossimi viaggi, come al solito, saranno affisse sulla porta della mia casa sull'albero. Per chi ancora non la conoscesse la può trovare tra i rami di una betulla, l'indirizzo non è cambiato. www.mauriziodicredico.it
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